Assaggi del IV Tomo di Storie di Lingua a cura del prof Silvio Falato

Fortune dei modi di dire a Guardia Sanframondi

 

 A ddejùne e sòtt’a re cjéuze

A digiuno e sotto il gelso

 

L’albero di gelsi è stato sempre molto caro ai contadini per la sua importante triplice funzione:

  • Dà frutti molto saporiti e sostanziosi per i suoi zuccheri, che, per giunta, maturando nella primissima estate, rappresentano una vera e propria panacea nel campo dell’alimentazione;
  • grazie alla sua grossa mole e alla sua folta chioma offre una frescura che dà tanto conforto nel corso delle afose giornate estive;
  • siccome germoglia già all’inizio della primavera, svolge benissimo anche il ruolo di pianta ornamentale.

E’ per tutti e tre questi motivi che troviamo presente il nostro albero davanti a tutte le case coloniche di una volta: col tempo diventa un tutt’uno con l’abitazione del contadino fino a rappresentare il vero e proprio emblema della casa.

Dopo questo preambolo sarà più facile capire il messaggio del nostro detto: ribadisce la convinzione dell’agricoltore che davanti alla scelta tra una vita misera nel suo paese natìo e una opulenta vissuta altrove preferisce sicuramente la prima, quella che, nonostante le privazioni, non lo costringerà a lasciare le sue cose più care. E’ un tema, come si vede, molto importante, che sottintende tutti i dispiaceri, tutti i tormenti subiti da coloro che, per sfuggire alla miseria, sono stati costretti ad emigrare in terre lontane.

Linguisticamente sottolineerei quel “cjéuze”: in latino il gelso era detto “morus celsa” letteralmente “moro alto” (confronta l’italiano “eccelso”) per distinguerlo dalla “mora di rovo”, la nostra “ambrìkula”.

I dialetti meridionali della espressione latina hanno conservato solo la parte aggettivale “celsa”, diventata in molte aree “céuza” e assumendo da noi veste maschile “re cjéuze”.

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