Assaggi del IV Tomo di Storie di Lingua a cura del prof Silvio Falato

INTERMEZZO RISTORATORE

(Settima parte: l’agone tra i partiti)

Passano intanto gli anni: la situazione economica e il conseguente tenore di vita migliorano sempre più. In piazza e intorno alla Fontana del Popolo ci sono vitalità  e armonia: la sera e nei giorni di festa aumentano sempre più giovani e anziani, che cominciano a vestirsi in maniera  più decente. Sereni e speranzosi, si godono il meritato riposo davanti ai bar o sulla gradinata della vicina basilica. Di tanto in tanto il clima si fa più vivace o addirittura turbolento in quanto sono in vista le elezioni ora per la scelta del sindaco e degli amministratori locali ora per i rappresentanti del Parlamento Nazionale.

E allora all’ombra dei nostri ippocastani numerosi sono i capannelli di gente che discute animatamente, mentre una macchina provvista di megafono fa la spola da Via Municipio a Via Napoli, decantando le lodi e le capacità politiche dell’uno o dell’altro candidato; ma ciò che suscita la maggiore attenzione di tutti è l’annuncio del banditore. Imperturbabile e serioso,  l’ “autorevole” Spatino avvisa: “Questa sera, in Piazza Castello, pubblico comizio della Democrazia Cristiana. La cittadinanza tutta è invitata a intervenire”. E allora, alle prime ombre della sera, a frotte, la gente si riversa sulla piazza, desiderosa di ascoltare la voce suadente del proprio pupillo politico.

La folla è affascinata ora dalle promesse del dottore Tribisonna ora dai progetti del dottore Marotta  e partecipa con entusiasmo alla manifestazione, innalzando gagliardetti e bandiere e liberando nel cielo palloncini ricoperti di stemmi del proprio partito. Intanto cori di giovanette, opportunamente concertati, sul motivo della nota canzone “Vola, colomba bianca vola” , lamentano la situazione politica ed economica della nazione e piangono con nostalgia la lontananza del loro re, gridando in maniera accorata “Soltanto Umberto di Savoia l’Italia in pie’ rimetterà…”

A gara, poco più in là, gruppi di donne anziane rispondono con strofette che rimaneggiano antichi proverbi, ed evidenziano che col tempo e con la tenacia si riuscirà a sradicare gli antichi poteri forti; ma questo lo si potrà vedere realizzato solo “Votando croce su croce” (il metodo pratico, inventato dai democristiani dell’epoca, per insegnare  agli anziani analfabeti come esprimere il proprio voto senza sbagliare: ricalcando, con la matita in dotazione, la croce effigiata sul simbolo della Democrazia Cristiana).

La vitalità del paese continua anche dopo le ore piccole, a manifestazione conclusa:

Per le vie del centro storico ora circolano personaggi importanti, che fanno visita all’una o all’altra famiglia numerosa per convincerla a schierarsi dalla loro parte, ora uomini di fatica che recano sulle spalle scatoloni colmi di derrate alimentari, destinati pur essi a conquistare voti. E insieme ai profumi dei formaggi e dei salumi sembrano diffondersi per i tortuosi vicoletti del paese le vaghe promesse che nel corso della serata sono state sul podio tanto acclamate.

Sòtt’a rǝ Pjéta dǝ Pagljòkkǝlǝ

(Settima parte: l’agone tra i partiti)

 

Pàss’intàntǝ re tjémpǝ kòm’a nnjéntǝ

Passa intanto il tempo come  niente

e mégljǝ va la vìta dǝ ‘šta ggéntǝ.

e meglio va la vita di questa gente.

Sǝ fa ssémpǝ chjù bbéllǝ rǝ rjònǝ,

Si fa sempre più bello il rione,

cǝ šta pǝ’ tùttǝ kummǝrtazjònǝ.

per tutti ci sta armonia.

 

Sǝ fatìk’e auménta la rǝkkèzza,

Si lavora e aumenta la ricchezza,

la dǝmènǝka matìna, kǝ prjèzza:

la domenica mattina, che ebbrezza:

Sémpǝ chjù ggéntǝ vìtǝ ‘nkravattàtǝ,

Sempre più gente vedi in cravatta,

ki va a la mèssa e ki v’a rǝ mǝrkàtǝ.

chi va a messa e chi va al mercato.

 

Rǝ bbàrrǝ štànnǝ kìn’e ggjuvinòttǝ:

I bar stanno pieni di giovanotti:

Sǝ dǝvjértǝnǝ fìn’ a mezanòttǝ.

Si divertono fino a mezzanotte.

Qwànta vjécchjǝ štànne llà, a pǝntònǝ,

Quanti vecchi stanno là, in un angolo,

tùttǝ kuntjéntǝ ku la pǝnzǝjònǝ!

tutti contenti con la pensione!

 

Ognǝ tàntǝ cǝ šta n’aggǝtazzjònǝ

Ogni tanto ci sta un’agitazione

ka štànnǝ ‘nvìsta lǝ elezzjònǝ;

perché stanno in vista le elezioni;

mo’ lǝ polìtǝk’a mmàggǝ s’ànn’a fa’

ora le politiche a maggio si devono fare

mo’ sìndǝqw’e assessùr’ànn’a kagnà.

ora sindaco e assessori devono cambiare.

 

‘Na màkǝna fa ssémpǝ ‘nkòpp’e ssòtta,

Una macchina fa sempre sopra e sotto,

fa propahànd’e volantìnǝ vòtta.

fa propaganda e volantini lancia.

Ekku Špatìnǝ! Sjénte kìštǝ bbànnǝ:

Ecco “Spatino”[1] ! Ascolta questo bando:

“Tùtt’in Pjàzza, ka trǝ kumìzjǝ fànne!”

“Tutti in Piazza, ché tre comizi fanno!”

 

La sèra, a mikròfǝnǝ pjazzàtǝ,

La sera, piazzato il microfono,

[1] Spatìne: soprannome personale di un banditore degli anni ‘60 e ’70.

qwànta ggént’arrìva da ògnǝ llàtǝ:

quanta gente arriva da ogni lato:

Kǝ ffòlla! Kòm’attwòrn’a la Madònna!

Che folla! Come intorno alla Madonna!

E pàrla Don GGǝséppǝ Tribbisònna.

E parla Don Giuseppe Tribisonna.

 

‘Nnànt’a ttùttǝ tànta fǝmmǝnéllǝ

Davanti a tutti tante donnicciuole

aškòtǝn’e rǝ pòrtǝn’a le stéllǝ.

ascoltano e lo portano alle stelle.

Po’ kàntǝnǝ: “Disse il pàppicio alla noce:

Poi cantano: “Disse il tonchio alla noce:

Aj’a vǝtà ku kròcǝ ‘nkòpp’a kkròcǝ!”

Devi votare con croce sopra croce!”

 

La sèr’apprjéssǝ ankòra n’àta lòtta:

La sera successiva ancora un’altra lotta:

Tutt’aškutà a rǝ mjétǝqwǝ Maròtta.

Tutti ad ascoltare il medico Marotta.

P’altoparlàntǝ sǝ séntǝ la kanzòna:

Attraverso il megafono si sente la canzone:

“Viva rǝ rrè ku la Štéll’e Kkoròna”.

“Viva il re con la Stella e Corona”.

 

K’ammuìna cǝ šta tùttǝ rǝ jwòrnǝ

Che frastuono ci sta tutti i giorni

‘Nkòpp’a la Pòrta e pǝ’ lǝ vìj’attwòrnǝ.

in Piazza Castello e per le vie intorno.

La nòttǝ da La Kròce a Rǝ Mulìnǝ

La notte dal Rione Croce al Mulino

kammìnànǝ rǝ pàkk’e formaggìnǝ.[1]

“camminano” i pacchi di formaggini.

 

E dǝ kumìzjǝ sǝ nǝ fànnǝ tànta:

E di comizi se ne fanno tanti:

Arrìva špìssǝ ki la ggéntǝ ‘nkànta,

Arriva spesso chi la gente incanta,

pǝrmèttǝ kòsǝ dǝ kìll’àtǝ mùnnǝ:

promette cose di quell’altro mondo:

“Sǝ mǝ vwòtǝ rǝ paèsǝ nǝn v’a ffùnnǝ”.

“Se mi voti il paese non va a fondo”.

 

A ttùttǝ pjàcǝ tàntǝ aškutà

A tutti piace tanto ascoltare

kèštǝ chjàcchjǝrǝ k’ognùnǝ sàpǝ fa’,

queste chiacchiere che ognuno sa fare,

m’àj’a sapè kǝ kkèllǝ kǝ tu sjéntǝ

[1] Si allude alla distribuzione clandestina di derrate alimentari fatta per accaparrarsi voti.

ma devi sapere che quello che tu senti

sǝ špérdǝ ku rǝ scjùscǝ dǝ rǝ vjéntǝ.

si sperde col soffio del vento.

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