Assaggi del IV Tomo di Storie di Lingua a cura del prof. Silvio Falato

Assaggi del IV Tomo di Storie di Lingua

 

INTERMEZZO RISTORATORE

(Quarta Parte: il Fascismo e La II Guerra Mondiale)

 

Domenico e Pasquale ormai sono adulti, i loro rami si elevano alti nel cielo e non hanno più bisogno di stiracchiare le loro cime quando, curiosi, sentono il desiderio di venire a conoscenza di ciò che si fa sul largo di Piazza Castello. Qui, in seguito alla vittoria ottenuta con la presa di Trieste e Trento, diventano sempre più frequenti le manifestazioni militari, e da qualche anno ogni sabato c’è sempre grande parata: bambini, adolescenti e giovani di entrambi i sessi, con la partecipazione obbligatoria anche delle scuole, danno luogo a saggi spettacolari. Essi in verità sono pure belli a vedersi, ma sono inquietanti, perché inquadrati in comportamenti che esaltano l’aggressività e la prevaricazione e, bisogna dirlo, spesso danno adito ad ansie o addirittura a serie preoccupazioni. Nella vita sociale poi domina un clima ambiguo e strano, che da un lato esalta prepotentemente la conquista della libertà e dell’emancipazione, dall’altro consente ai potenti, che sono poi sempre i quattro abbastanza noti, di continuare a spadroneggiare in nome della rivoluzione e del cambiamento. Basta dire che i nostri due ippocastani la mattina non sono più allietati dai vivaci canti del gallo: per ordine del podestà è perentoriamente proibito allevarli, anzi si sono dovuti eliminare tutti quelli già esistenti, in quanto disturbano il sonno del nobile signore. Il  nostro importante vicino, che fin dai primi anni del ‘900 passava insonni le notti per preparare i discorsi  contro i nemici del cambiamento, ora ha bisogno di lungo riposo durante la notte, perché spossato dalle fatiche diurne procurate dalla sua promessa solenne “Nel nome di Dio e dell’Italia giuro di eseguire gli ordini del Duce e di servire con tutte le mie forze e, se è necessario col mio sangue, la causa della Rivoluzione Fascista”.

E la sua dedizione alle “importanti” innovazioni delle istituzioni e ai “grandi problemi” della Nazione è veramente laboriosa e incessante, tanto è vero che non ha neppure un momento libero da dedicare al miglioramento delle “trascurabili”, ma tristi condizioni, in cui versa la nostra piccola comunità guardiese.

La nuova ed equivoca propaganda politica preoccupa non poco i nostri Domenico e Pasquale, soprattutto perché si accompagna ad essa una cultura marziale che fa presagire nuovi venti di guerra. E infatti il 10 Giugno del 1940 succede quanto paventato: dalla vicina sede della Federazione Fascista la radio, accesa ad alto volume, annunzia la dichiarazione di guerra dell’Italia.

Per i nostri due gemelli si ripete il triste spettacolo del 1915:

Di nuovo pianti e lamenti di donne che vengono ad attingere l’acqua. Sono disfatte e profondamente addolorate per la partenza verso il fronte dei loro sposi e dei loro figli. In pochi giorni il volto del paese cambia completamente e sembra essersi trasformato in un campo militare. Il tempo che inesorabilmente passa fa rendere conto che con questa guerra non si piange soltanto per i cari che combattono in terra lontana.

Questa volta la guerra è anche qui:

Con i rombi continui degli aerei che incutono paura e spingono la popolazione inerme a cercare rifugio in locali sotterranei come i frantoi;

con le grida incomprensibili, ma sempre minacciose, di soldati nemici che hanno occupato il paese;

con le deflagrazioni di bombe rovinose che portano tanta distruzione;

con la trasformazione di case, una volta pudiche e irreprensibili, in lupanari per militari affamati di sesso;

con la miseria e soprattutto la fame che incombe per ogni dove.

E appunto quest’ultima, nota per essere la bestia che fa uscire il lupo dalla tana, spinge un gruppo di indigenti a impossessarsi furtivamente di un camion carico di derrate alimentari e appartenente ai tedeschi che hanno occupato il paese. La reazione del nemico è immediata e crudele anche perché si teme che il furto sia prodotto di un’azione di sabotaggio organizzata da gruppi sovversivi.

Immediatamente si ordina la decimazione della popolazione, ma, prima che essa venga messa in atto, c’è per fortuna l’intervento provvidenziale di due sorelle nobildonne che parlano benino il tedesco: con tanta pazienza e con modi garbati fanno capire allo spietato nemico che si è alla presenza non di imprese di sabotatori, ma di una monelleria di un gruppo di ragazzi in preda alla fame.

Si costringono così gli autori del furto a restituire immediatamente il maltolto e l’ordine della decimazione viene ritirato. 

 

Sòtt’a rǝ Pjéta dǝ Pagljòkkǝlǝ

Sotto gli alberi di ippocastani

 

Mo’ so’ ghrwòssǝ Dǝmìneqw’ e Paškàrǝ,

Ora sono grandi Domenico e Pasquale,

ku lǝ kanàla vànnǝ parǝ parǝ;

con i tetti vanno pari pari;

‘ncǝ šta bǝswògnǝ chjù dǝ s’allǝnqwà

non c’è bisogno più di allungarsi

pǝ’ vǝdè ‘Nkòpp’a la Pòrta kǝ sǝ fa.

per vedere Sulla Porta (Piazza) che si fa.

 

Rǝ sàbbǝtǝ è kka ‘na ghròssa féšta,

Il sabato è qua una grossa festa,

la chjàzza chjèn’e ggéntǝ sémpǝ réšta:

la piazza piena di gente sempre resta:

Cǝ stànnǝ rǝ soldàt’e rǝ skulàrǝ

Ci sono i soldati e gli scolari

kǝ fànnǝ la paràta militàrǝ.

che fanno la parata militare.

 

La vrǝtà: a vǝdè so’ kòsǝ bbéllǝ

La verità: a vedere son cose belle

štǝ štrǝzzjùnǝ dǝ wagljùn’e wagljǝncéllǝ;

queste esercitazioni di ragazzi e ragazze;

ma sǝ tǝ wàrd’attwòrn’a kka e a llà

ma se ti guardi intorno di qua e di là

vìtǝ kòsǝ kǝ tǝ fànnǝ preokkupà:

vedi cose che ti fanno preoccupare.

 

T’akkuòrgǝ k’a rǝ ggjùvǝna r’afférra

Ti accorgi che ai giovani (loro) afferra

‘nǝ wrìgljǝ dǝ ì facénnǝ sùlǝ wérra,

una voglia di andar facendo solo guerra,

e po’ sǝ pàrla tant’e libbertà,

e poi si parla tanto di libertà,

ma so’ ssémpǝ kìllǝ qwàtt’a kumannà.

ma sono sempre quei quattro a comandare.

 

Pùrǝ štavòta la rivoluzjònǝ

Pure stavolta con la rivoluzione

èv’akkuncjà ki è fatǝkatòrǝ,

doveva migliorare la condizione dei lavoratori,

ma kòm’a ssémpǝ  rǝ rìqqw’e rǝ pratònǝ

ma come sempre il ricco e il padrone

fànnǝ  rǝ prepotént’a tùttǝ l’òrǝ.

fanno i prepotenti a tutte le ore.

 

Fighuràtǝvǝ: pǝ’ tùttǝ rǝ rjònǝ

Figuratevi: per tutto il rione

a Natàlǝ ‘nzǝ màgna rǝ qwapònǝ;

a Natale non si mangia il cappone:

s’ànn’avùtǝ accìtǝ tùttǝ qwàntǝ,

si son dovuti ammazzare tutti quanti,

ka rǝ kòntǝ nǝn po’ ddòrmǝ pǝ’ rǝ kàntǝ!

chè il conte non può dormire per il (loro) canto!

 

E s’édd’a sǝppǝrtà tànt’angharìja

E bisogna sopportare tanta angheria

k’addavèrǝ fa šchjattà la zǝ’ marìja:

che davvero fa crepare la vescica:

A nnòmǝ dǝ r’Impèr’e la Nazjònǝ

A nome dell’Impero e della Nazione

sǝ pakkarèglja pǝ’ la fàm’a tùttǝ l’òrǝ.

si soffre per la fame a tutte le ore.

 

Ma kèllǝ kǝ chjù ‘e tùttǝ fa paùra

Ma quello che più di tutto fa paura

è ka ‘nkàpǝ cǝ pèsa ‘na scjaùra:

è che sulla testa ci pende una sciagura:

N’àrja brùtta scjòscja pǝ’ ògnǝ ttérra.

Un’aria brutta spira per ogni terra:

Fra pòk’èdd’a škuppjà kakk’àta wérra!

Fra poco deve scoppiare qualche altra guerra.!

E a rǝ Qwarànta sǝccètǝ la škifèzza:

E il Quaranta succede la schifezza:

Pǝ’ rràdjǝ: ‘ rǝ motìv’e “Ggjovinèzza”!

Per radio: il motivo di “Giovinezza”!

A la ‘mprevìsa la vocj’è rǝ “Pratònǝ

All’improvviso la voce del “Padrone”

de la wérra fa dichjarazjònǝ.

della guerra fa dichiarazione.

 

Qwànta chjàgnǝ de màmm’e ‘nnammǝràtǝ

Quanti pianti di mamme e fidanzate

sǝ sjéntǝnǝ la nòttǝ da ògnǝ llàtǝ!

si sentono la notte da ogni lato!

Tùttǝ ‘ndǝvìsa: pòvǝrǝ wagljùna!

Tutti in divisa: poveri ragazzi!

Pàrtǝnǝ pǝ’ rǝ fròntǝ: kǝ šfǝrtùna!

Partono per il fronte: che sfortuna!

 

E’ ‘na wérra chjù treménda ankòra

E’ una guerra più tremenda ancora

dǝ kèlla dǝ rǝ Qwindǝcjǝ: a ògnǝ òra

di quella del Quindici: a ogni ora

‘nǝ rǝmòrǝ d’apparècchjǝ ‘ncjélǝ šta,

un rumore di aereo in cielo sta,

kàla bbòmmǝ e arrewìn’e sǝ nǝ va.

lascia bombe e rovina e se ne va.

 

Ent’a ppòkǝ re paèsǝ s’è kagnàtǝ,

In poco (tempo) il paese si è cambiato,

‘nǝ kàmpǝ militàr’è dǝvǝntàtǝ,

un campo militare è diventato,

‘nkòpp’e ssòtta vìtǝ kamjonéttǝ,

sopra e sotto vedi camionette,

la mǝsérja tòkk’a ki è pòkǝ ‘mpéttǝ.

la miseria tocca a chi è poco intraprendente.

 

E pǝ’ la fàmǝ ànnǝ kumbǝnàtǝ

E per la fame hanno combinato

‘nǝ wàjǝ ghrwòss’a tre o qwàttǝ fràtǝ:

un guaio grande in tre o quattro fratelli:

A rǝ Tǝtìškǝ ‘na nòttǝ sénza štéllǝ

Ai Tedeschi una notte senza stelle

škumparìwe ‘nǝ kàmj’e mertatéllǝ.

Scomparve un camion di mortadelle.

 

Rǝ Tetìškǝ ‘nzo’ ttàntǝ de la qwàlǝ:

I Tedeschi non sono tanto “della quale”(teneri):

A la radìcǝ férmǝn’ògnǝ mmàlǝ!

Alla radice fermano ogni male!

Facjérn’e bbòtta ‘na rjunjònǝ

Fecero di colpo una riunione

e dǝcidjérnǝ la decimazjònǝ.

e decisero la decimazione.

 

E ppǝ’ fǝrtùra dòjǝ sǝgnǝrǝnéllǝ

E per fortuna due damigelle

parlàvǝnǝ tetèšqwǝ bbéllǝ bbéllǝ,

parlavano tedesco ben bene,

kapì facjérnǝ ka n’évanǝ partiggjànǝ,

fecero capire che non erano partigiani,

ma pǝvǝrjéllǝ fettùtǝ da la fàmǝ.

ma poveretti fottuti dalla fame.

 

E sùbbǝtǝ rǝ kàmjǝ fu trevàtǝ,

E subito il camion fu trovato,

a rǝ soldàtǝ vǝnìwǝ kunzǝgnàtǝ.

ai soldati venne consegnato.

Pùrǝ ‘štavòta la škampàwǝ bbélla

Pure stavolta la scampò bella

la ggéntǝ tùtta dǝ la Fentanélla.

tutta la gente della Fontanella.

 

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