Coronavirus e vino. Parla Piero Mastroberardino: il governo garantisca liquidità immediata perchè le aziende agricole non chiudono mai e ci liberi dalla burocrazia. Finisce l’era della poetica e degli ideologismi

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Oltre a dirigere la storica azienda di famiglia, Piero Mastroberardino è presidente del gruppo vino di Federvini e presidente dell’Istituto del Vino di Qualità Grandi Marchi. Dopo aver ascolato il punto di vista degli enologi con il presidente nazionale di assoenologi Riccardo Cotarella, vediamo quello dei produttori,

Quali sono i contraccolpi sul comparto vino della crisi sanitaria in corso?

Fin dai primi passi di questa grave crisi sanitaria ho manifestato l’esigenza che si procedesse in parallelo ad avviare un programma di tutela del mondo produttivo, nell’interesse soprattutto delle componenti più deboli. Già un mese fa, in un articolo per il Corriere del Mezzogiorno, segnalavo il rischio di un impatto almeno altrettanto grave sulle imprese e sugli aspetti occupazionali, e di conseguenza di una crisi socio-economica di enorme portata.

L’impresa non è una macchina che possa essere spenta e riposta in garage per poi essere rimessa in moto dopo una pausa più o meno prolungata. Derivano importanti implicazioni gestionali da un fermo totale dell’attività, e anche da un rallentamento massiccio di tutti i servizi di supporto, com’è avvenuto ad esempio al mondo del vino, uno dei settori che ha potuto proseguire, pur nel disagio, la gestione produttiva.

È comprensibile, d’altro canto, che di fronte al dilagare del contagio l’attenzione delle istituzioni sia stata totalmente catturata ed assorbita dal problema della salute dei cittadini.
A questo punto però è necessario recuperare il tempo perduto e mostrare un’efficienza dei processi decisionali nelle istituzioni e della macchina burocratica che non abbiamo purtroppo mai conosciuto prima in questo Paese.

Venendo al mondo del vino, il grado di integrazione verticale a monte nella filiera è piuttosto elevato. Nel mio caso, io oggi sono alla guida di un’azienda che è tipicamente agricola, producendo la maggior parte delle uve da vigneti di proprietà familiare. Per queste “aziende di filiera” si è manifestata una condizione singolare: mentre il flusso dei ricavi si è interrotto come per tante altre imprese, i costi di produzione non hanno subito rallentamenti. La successione delle fasi agronomiche della vigna, infatti, non conosce interruzioni; analogamente, in cantina si è dovuto lavorare, sia pure in assetto ridotto, richiedendo i vini in fase di élevage cura costante.

D’altro canto, le nostre aziende vivono di HoReCa, poiché i vini di pregio hanno un canale d’elezione nella ristorazione. Nel mio caso, ad esempio, oltre l’80% del lavoro è rivolto a questo canale. Ma questi esercizi sono stati i primi ad essere chiusi per decreto all’inizio della crisi, tra l’altro in un periodo dell’anno in cui si procede di solito al lancio di nuovi vini, quando i clienti avviano la programmazione e si preparano all’importante lavoro delle vacanze pasquali. Tutto questo è mancato, né è dato prevedere che tali effetti si interromperanno a breve. In questi giorni sono in contatto con i nostri partners cinesi che riferiscono come l’ingresso per loro nella fase 2 dell’emergenza COVID-19 non significhi affatto la ripresa della vita sociale: riprendono le attività produttive, ma le persone continuano ad aver paura di frequentare i comuni luoghi di socializzazione fuori dal lavoro. Si può dunque supporre che, pur riuscendo ipoteticamente ad uscire dalla nostra fase 1 nel giro di qualche settimana, la contrazione dei consumi in quei locali prosegua ancora per alcuni mesi.

La sensazione è che avremo probabilmente non meno di un 40% di ricavi bruciato nell’arco dei quattro mesi più importanti per il mondo del vino di pregio, a fronte di costi che necessariamente si devono sostenere per evitare maggiori danni al prossimo raccolto, e del contestuale congelamento degli incassi, causato dalla chiusura della ristorazione.
Anche gli annunciati interventi straordinari a sostegno dei lavoratori, com’è a tutti noto, stentano ad avviarsi, creando enorme ritardo sulle erogazioni e un appesantimento sulle capacità di spesa delle famiglie e di conseguenza sui consumi.

A ciò si aggiunga che, pur se le banche stanno differendo di alcuni mesi le scadenze dei finanziamenti in corso, al termine di questa prima fase emergenziale le imprese si troveranno con un cash flow negativo, con un aggravamento della struttura finanziaria per effetto della crescita dell’indebitamento e, di conseguenza, l’intero sistema produttivo sarà esposto a un rischio finanziario più elevato, con immancabili riflessi a carico di chi dovrà erogare le risorse. L’intero sistema del credito attraverserà una fase di precarietà mai conosciuta prima. Da ultimo, non trascurerei il problema del crollo dei mercati finanziari, che ha falcidiato i risparmi privati delle famiglie, proprio nel momento in cui quei risparmi sarebbero potuti servire a tamponare l’emergenza socio-economica.
In conclusione, gli scenari di una ripresa sono quantomai incerti.

In questo scenario molto difficile e preoccupante, quali sono le vostre richieste al governo?

Il primo tema da affrontare è quello della liquidità, che andrà immessa nel sistema produttivo con rapidità e snellezza burocratica, ma soprattutto con una visione rivoluzionaria rispetto alle prassi note, poiché un evento come quello che si sta attraversando non si è mai verificato in precedenza e non abbiamo mai vissuto una crisi socio-economica tale da investire una fascia così estesa dei comparti produttivi. Sarà a mio avviso necessario sospendere i versamenti fiscali e previdenziali senza infingimenti o ipocrisie, in modo diverso rispetto a ciò che è accaduto lo scorso 16 marzo, quando le aziende, nella totale incertezza da parte istituzionale, hanno preferito continuare a versare pur a fronte di vaghe promesse di differimento dei termini e/o dei pagamenti.
In secondo luogo sarà d’obbligo istituire forme fluide di accesso al credito per le imprese, con strumenti di garanzia pubblici e privati tali da consentire di affrontare con un minimo di affidabilità il riavvio delle attività commerciali, fase in cui gran parte della ristorazione potrebbe trovarsi in forte tensione finanziaria.

Ritengo che anche la debitoria esistente verso il sistema creditizio vada sospesa a termini più lunghi rispetto a quelli attuali, probabilmente con interventi di azzeramento degli oneri finanziari.
Sarà poi necessario un piano di interventi a sostegno del settore turistico, colpito drasticamente sin dalle prime battute, che è, peraltro, legato a filo doppio con la filiera vino.
In aggiunta, tutte le misure di settore andranno riviste e allentate, come i vincoli temporali e burocratici per le autorizzazioni agli impianti in corso, poiché ci saranno aziende che avranno la necessità di spostare in avanti questi investimenti, o i programmi di sostegno alla promozione dei vini all’estero (OCM), che chiaramente non si stanno attuando a causa del blocco dei trasporti e dei divieti di circolazione operanti ormai in molti paesi.

Andranno poi a mio avviso introdotti strumenti di incentivazione agli investimenti in promozione all’estero, utilizzando la leva finanziaria e quella fiscale.
Un altro tema estremamente delicato è l’effetto di questo blocco delle vendite dei vini sulla prossima vendemmia. È evidente che diversi mesi di interruzione delle attività del canale HoReCa si rifletteranno sulle giacenze di cantina e conseguentemente sui raccolti 2020. Bisognerà anche su questo fronte pensare a strumenti che possano mantenere in vita una filiera così complessa stando attenti a contenere il più possibile interventi che mortifichino le produzioni di pregio. Anche questa questione non sarà di facile soluzione.

Secondo te questa crisi ha messo in evidenza i limiti del settore, e se sì, quali?

Il limite principale del nostro settore resta il peso della burocrazia: alla ripresa della maggior parte delle attività resisteranno meglio quei comparti che mostreranno maggiore flessibilità interna. E la filiera vino si distingue da sempre per la sua rigidità. Questo per me è un ulteriore rilevante fattore di rischio.

C’è poi il tema della elevata frammentazione produttiva. Il numero delle aziende è elevatissimo, ma troppo poche sono quelle strutturate sotto il profilo organizzativo e strategico. Anche questo aspetto, che costituisce un punto di debolezza in generale, in una fase come questa potrà amplificare gli effetti negativi.

C’è poi un tema che ho da sempre posto all’attenzione, ovvero quello del valore: in questa situazione il rischio concreto di caduta dei valori alla produzione si riverbera sugli investimenti agricoli, producendo una riduzione degli assets patrimoniali correnti rispetto ai finanziamenti che le imprese hanno in corso e che dovranno attivare nei prossimi mesi. Anche questo aspetto potrà costituire una criticità sotto il profilo della tenuta finanziaria del sistema, essendo i valori patrimoniali posti a garanzia dell’indebitamento delle imprese.

Per dirla in breve, questi saranno momenti in cui anche certa poetica attorno al vino mostrerà la corda. Mai come in questa fase sarà importante un richiamo a un più alto tasso di cultura d’impresa nella gestione delle aziende: è necessario affrontare questi frangenti con rigore e professionalità, con una visione di programmazione e controllo della gestione. Va bene tutto quanto di fascino si respira attorno al vino, ma questo non deve consentire agli operatori di agire con approssimazione, perché, lo ricordo spesso, chiunque operi all’interno di una denominazione di pregio si assume la responsabilità dell’impatto delle proprie scelte sull’intero territorio di produzione.

Siamo in grado di fare una previsione sulla prossima campagna?

Per esperienza faccio previsioni sulla prossima campagna vendemmiale solo dopo che l’uva è in cantina. È un’antica regola degli uomini del vino, poiché i rischi sono troppo elevati nel nostro lavoro e si protraggono sino all’ultimo giorno di raccolta.

Tuttavia in una situazione simile credo ci siano pochi dubbi sul fatto che ci saranno eccedenze di prodotto finito, mancando all’appello i quattro mesi dell’anno più importanti nelle vendite dei vini, e ciò si tradurrà in un’eccedenza di materie prime nella prossima campagna. Si produrrà uno scossone nell’intera filiera, con problemi che oggi sono difficili da stimare. Potremo riparlarne quando avremo un’idea più precisa degli effetti della fase 2 dell’emergenza sanitaria sulla ripresa del lavoro.

Dopo questa crisi, cambierà il modo di vendere vino, e se sì, come?

Gli effetti sulle formule di marketing del vino saranno correlati al cambiamento delle abitudini, degli stili di vita e di consumo dei cittadini dopo questa pandemia. Tutti immaginiamo di dover fare l’abitudine alla presenza di mascherine nella nostra vita quotidiana per un tempo lungo. Il pensiero corre ai ristoranti, pizzerie, trattorie, wine bar affollati nel fine settimana con code per avere un tavolo e spazi ridotti per mangiare. Tutto questo tornerà? E se sì, quando? Si può ipotizzare di converso che crescano i canali off premise, i consumi in casa, le cene tra amici in ambienti meno esposti alla socializzazione, le vendite online? Al momento sono solo congetture. Non ci sono elementi sufficienti per fare previsioni. Molto dipenderà dal modo e dal grado di sicurezza e di fiducia nel futuro con il quale si uscirà da questa crisi sanitaria.

Ci sono secondo te pregiudizi ideologici che hanno ritardato la modernizzazione del settore vino?

Certo, e pure ingombranti. Il mondo del vino è da sempre diviso in fazioni, come tante cose italiche, e questo non ha aiutato. Molti, nell’affacciarsi a questo mondo, hanno provato a screditare l’esistente ritenendo così di avere aggio per accreditare il nuovo. Altri, dall’interno, hanno pensato di rinnovarlo scardinando alcune sue radici essenziali. Altri ancora hanno invece ritenuto che, semplicemente, fosse errata qualunque strategia di innovazione. Una visione mediana, di flessibilità e di sviluppo senza rinunciare ai propri assets strategici, non è riuscita a farsi strada, nella fitta trama dei rapporti di filiera, delle sovrastrutture di rappresentanza, delle credenze dominanti nelle innumerevoli componenti amministrative della burocrazia del vino.
Ma tutto questo fa ormai parte della storia.

Ultimo sguardo ai mercati esteri. Cosa dobbiamo aspettarci?

Anche questo è un bel tema. In merito agli sbocchi internazionali, in alcuni casi la lunghezza della supply chain può ridurre gli effetti negativi: un importatore che sa che avrà bisogno di almeno due mesi per posizionare i vini al retail probabilmente non interromperà il flusso degli ordini, per evitare i rischi di rotture di stock. Anche in questo caso ovviamente entra in gioco la durata dei provvedimenti di chiusura dei ristoranti e degli altri punti di vendita dei vini. Poi c’è il problema della mobilità delle persone: quando si potrà riprendere a viaggiare, a spostarsi nel mondo in condizioni di sicurezza come eravamo abituati a fare fino a poche settimane fa? La promozione dei vini di pregio sui mercati esteri avviene con attività svolte in presenza (degustazioni, seminari, wine dinners, etc.). C’è chi ritiene che dovremo affrontare un periodo di rinnovata centralità del mercato domestico, che in questi anni purtroppo ha mostrato una costante contrazione dei consumi di vini. Dunque anche su questo fronte la sfida è aperta. Come diceva il cantautore, lo scopriremo solo…

 

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