Assaggi del IV Tomo di Storie di Lingua a cura di Silvio Falato

INTERMEZZO  RISTORATORE

 

Gli Intermezzi Ristoratori di questo IV Tomo descriveranno la vita quotidiana del popolo guardiese negli ultimi 130 anni. Essa ci sarà raccontata dai due ippocastani, che ancora oggi si ergono ai lati della “Fontana del Popolo”, monumento di pietra bianca situato in un posto centralissimo sulla Strada Statale 87. Ha al lato sinistro la preziosa Basilica di San Sebastiano Martire, dirimpetto, Piazza Castello, la vera e propria “agorà” del paese; tutt’intorno fiorivano un tempo palazzi signorili, botteghe, negozi e caffè sempre molto affollati. Nella parte superiore della nostra preziosa opera spicca una lapide con dedica “Al Popolo che qui unanime la volle” e ai due lati restano due fori circolari in cui erano inseriti due orologi fosforescenti, funzionanti ad acqua, spariti nel corso del II Conflitto Mondiale.

La data di partenza del nostro spaccato storico sarà il 1886, anno in cui, alla presenza di tutte le autorità civili e religiose, ci fu l’inaugurazione della splendida area monumentale, culminata con la piantagione dei nostri due ippocastani. Più tardi, quando essi saranno diventati adulti, il posto sarà chiamato “Sòtt’a re Pjéta de Pagljòkkele”, e di qui il titolo dei nostri intermezzi.

Terminata la manifestazione della inaugurazione, i due arboscelli si mostrano subito contenti della loro nuova sede: un sito strategico, sempre animato e vitale, da cui è possibile tenere sotto controllo tutta quanta la vita operosa di questa comunità. Vedremo quindi che i nostri due cari amici, ai quali abbiamo dato anche un nome, Domenico e Pasquale, non saranno mai soli, e dalla loro postazione ci renderanno partecipi di ogni loro esperienza, raccontandoci nei minimi particolari tutto della nostra comunità: gioie e dolori, azioni esaltanti e nefandezze, curiosità ed eventi di routine. E diamo inizio al loro racconto con i nostri versi, naturalmente “cantati” nella lingua materna:

 

Sòtt’a rǝ Pjéta dǝ Pagljòkkǝlǝ[1]

(Sotto gli Alberi di Ippocastani)

 

Nǝ jwòrnǝ dǝ la fìn’e r’Ottǝcjéntǝ,

Un giorno della fine dell’Ottocento,

a lǝ diécǝ, sòtt’a n’àrja senza vjéntǝ,

alle ore dieci, sotto un’aria senza vento,

kunzǝlàtǝ da rǝ swòn’e la kampàna,

consolati dal suono della campana,

cǝ chjantjérnǝ a rǝ fjànk’e ‘sta fǝntàna.

ci piantarono ai lati di questa fontana.

 

La ggént’èva vǝnùta ‘mprǝggǝssjònǝ

La gente era venuta in folla enorme

da rǝ prìmǝ a r’ùtǝmǝ rjònǝ:

[1] Pagljòkkele: plurale di “pagljòkkela”, la ruvida sferetta, frutto dell’ippocastano; il termine presuppone un precedente *pagljùccola, diminutivo di “pagliuca”, perché sembra essere fatta di “paglia”.

dal primo all’ultimo rione:

Vǝcchjarjéllǝ, pǝccǝrìll’e d’ògn’aità

Vecchietti, piccolini e d’ogni età

facévanǝ vòtta vòtta pǝ’ wardà.

facevano a spintoni per guardare.

 

‘Nnànz’a tùttǝ sìndǝqw’e assessòrǝ

Davanti a tutti sindaco e assessore

vasàvanǝ la màn’a Mǝnzǝgnòrǝ.

baciavano la mano a Monsignore.

Kǝ bbǝllèzza fu tùtta la fǝnzjònǝ,

Che bellezza fu tutta la funzione,

ku la prétǝk’e la bǝnǝdǝzjònǝ!

con la predica e la benedizione!

 

S’abbjàv’akkussì la vìta nòstra

Cominciava così la vita nostra

e attwòrnǝ cǝ ggǝràva kòm’a ggjòstra

e intorno ci girava come (una) giostra

tùttǝ kèllǝ k’asìšt’a ‘nǝ paèsǝ,

tutto quello che esiste in un paese,

addò trwòvǝ rǝ fàuz’e rǝ  kurtèsǝ.

dove trovi il falso e (il) cortese.

 

Rǝ pòšt’è bbéll’e propj’akkunzǝnéntǝ

Il posto è bello e proprio adatto

sǝ vwo’ sapè rǝ fàttǝ dǝ la ggéntǝ:

se vuoi sapere i fatti della gente:

Nòtt’e jwòrnǝ pwò tǝnè sòtto kontròllǝ

Notte e giorno puoi tenere sotto controllo

rǝ ‘ntìštǝ, rǝ qwalèscj’e rǝ jojòllǝ.

l’intelligente, l’ebete e l’idiota.

 

Tànt’è vvèrǝ kǝ bbàšta kǝ tǝ ggìrǝ

Tanto è vero che basta che ti giri

e tùtt’attwòrn’a tte ku r’wòcchj’ammìrǝ:

e tutto intorno a te con gli occhi ammiri:

A mmànǝ drìtta fin’a la Pǝrtélla,

A mano destra fino alla Portella,

a mmancìna ‘na chjésja e ‘na vìja bbélla.

a sinistra una chiesa e una via bella.

 

Dǝrempéttǝ, ‘nǝ palazzǝ sǝgnǝrìnǝ

Dirimpetto, un palazzo signorile

e vǝcìnǝ tànta bbàrr’e maghazzìnǝ;

e nei pressi tanti bar e negozi.

Sǝ fàjǝ djécjǝ pàss,’ént’a ‘na bbòtta,

Se fai dieci passi, in un batter d’occhio,

tǝ trwòvǝ jùštǝ[1] llà, ‘Nkòpp’a la Pòrta.

ti trovi proprio là, in Piazza Castello.

 

A ffìn’a kǝ avàmǝ ggǝvǝnjéllǝ,

Fino a che eravamo giovinetti,

cǝ trattàvanǝ kòm’a abbǝtjéllǝ[2]:

ci trattavano come scapolari (prediletti)

La rèzza ‘ntùrnǝ ‘ntùrnǝ cǝ mettjérnǝ,

La rete (protettiva) intorno intorno ci piazzarono,

qwànta kùra sìja d’astàtǝ kǝ dǝ vjérnǝ!

quanta cura sia d’estate che d’inverno!

 

E nùja krǝscjavàmǝ pàrǝ pàrǝ,

E noi crescevamo pari pari (alla stessa maniera)

kòm’a ggeméllǝ o a ddùjǝ kumpàrǝ;

come gemelli o come due compari;

pùrǝ rǝ nòmǝ ‘nǝ jwòrnǝ cj’ànnǝ dàtǝ:

anche il nome un giorno ci hanno dato:

A me Paskàrǝ e Dǝmìnǝqw’a kill’àtǝ.

A me Pasquale e Domenico a quell’altro.

(continua)

 

 

Silvio Falato

[1] Jùšte: avv. letteralmente “giusto”. Si ricorda che la sibilante “s”  davanti a consonante diventa “š” (“sc” dell’italiano “scena”);

[2] Abbetjélle: s. m. letteralmente “abitino”(diminutivo di “abito”). E’ lo “scapolare”, cuscinetto in miniatura che si appendeva al collo dei bambini: conteneva immagini di Santi e oggetti metallici portafortuna, utili ad evitare il malocchio e a tenere lontane le janare. Era un oggetto prelibato,”prediletto” e da qui il significato figurato dell’espressione ironica “De tè me n’àggj’a fa’ ‘n’abbetjélle!” = “Di te me ne devo fare un abitino!” che la mamma lamentandosi rivolge al figlio che fa poco per meritarsi l’affetto e l’ammirazione materna.

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